• Mer. Lug 24th, 2024

Stipendi E Pensioni Da Fame: Spiacevole Verità Sui Contributi!

Ormai si sa: gli stipendi e le pensioni sono veramente da fame. Ecco tutta la verità sui contributi che versiamo e che abbiamo versato in passato!

 

In molti cercano una soluzione per la vecchiaia investendo nella previdenza complementare, ma per tanti italiani la prospettiva è quella di una pensione equiparabile all’assegno sociale. Claudio, oggi quarantenne, cambia spesso lavoro senza riuscire a risparmiare. Nel 2050, a oltre 70 anni, riesce finalmente ad andare in pensione dopo aver lavorato come magazziniere, addetto alla sicurezza, cassiere e commesso. Ha trovato difficoltà a trovare lavoro a causa dell’automazione e dell’età avanzata. Come tanti altri anziani, rappresentando un terzo della popolazione italiana, vive in povertà. Molti si chiedono dove siano finiti i contributi versati durante una vita lavorativa frammentaria e difficile.

Per la maggior parte dei lavoratori italiani l’orizzonte pensionistico è delineato dal sistema contributivo. Semplificando: se con il retributivo la pensione era basata sull’ultimo stipendio percepito, con il contributivo è proporzionale ai contributi versati nel corso della vita lavorativa, rivalutati con un tasso di rendimento basato sull’andamento del PIL nazionale. Il sistema contributivo è una buona architettura per i conti pubblici, ma riflette l’intera carriera lavorativa senza meccanismi redistributivi né forme di pensione minima. Chi ha avuto una vita lavorativa lunga ma discontinua e poco remunerativa rischia pensioni basse, spiega il professor Michele Raitano, docente di Politica Economica alla Sapienza di Roma.

L’Italia è l’unico paese a segnare una riduzione dei salari negli ultimi 30 anni. Questo si traduce in basse contribuzioni, specialmente per chi lavora part-time e ha occupazioni precarie. Nel 2022, il 37,5% dei dipendenti italiani ha guadagnato meno di 15mila euro lordi all’anno, circa 6 milioni di lavoratori. Molti lavoratori hanno contratti brevi e part-time. Dopo una vita di difficoltà lavorative, la pensione rischia di essere di poco superiore all’assegno sociale, fissato a 534 euro nel 2024. Si rischia anche di trovarsi di fronte a molti anziani poveri in un contesto complesso. Secondo il ministro dell’Economia e delle Finanze Giorgetti, nel 2042 si rischia di perdere fino al 18% di PIL se non si inverte il trend demografico.

Anche se risolvessimo i problemi del mercato del lavoro, ci ritroveremmo con vite lavorative e contributive povere e frammentate. Anche la previdenza complementare può essere una soluzione, ma non è accessibile a tutti. Serve l’intervento dello Stato, osserva Raitano. È urgente introdurre correttivi, come una “pensione di garanzia”, che consista in un ‘pavimento’ all’importo della pensione contributiva, ispirato a criteri di giustizia sociale. L’idea è garantire un livello minimo delle prestazioni basato sulla carriera del singolo lavoratore. Il sistema contributivo ha pregi, ma non garantisce automaticamente un minimo a chi ha carriere svantaggiate. Servirebbe più flessibilità per permettere ai lavoratori di uscire prima dal mondo del lavoro con un assegno inferiore.

In un mondo ideale, Claudio riceverebbe comunque una pensione sufficiente per pagare affitto o servizi sanitari, o andrebbe in pensione prima, prelevando ciò che gli spetta per dedicarsi ad altro. Le regole non possono essere quelle del secolo scorso, a partire da quelle del Welfare.

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