L’Italia si trova davanti a una sfida sempre più complessa: ridurre la pressione fiscale, garantire maggiore equità sociale e sostenere un welfare sotto pressione senza ricorrere a una patrimoniale. Nell’analisi pubblicata dal Corriere della Sera emergono i nodi del sistema fiscale italiano, il peso del debito pubblico, il conflitto generazionale e l’enorme mole di tasse non riscosse che supera i 1.300 miliardi di euro. Un quadro che solleva interrogativi sulle reali priorità economiche del Paese e sulla capacità dello Stato di far rispettare le regole.
Meno tasse e più equità: la sfida che divide il dibattito economico italiano
Ridurre le tasse e allo stesso tempo garantire maggiore equità sociale è davvero possibile? Secondo l’analisi proposta da Ferruccio de Bortoli e Mauro Marè, la risposta è sì, ma non attraverso una patrimoniale.
Il dibattito nasce in un momento particolarmente delicato per i conti pubblici italiani. Da Bruxelles è arrivata una maggiore flessibilità sui vincoli di bilancio, ma questa apertura viene interpretata dagli autori come una possibilità di aumentare temporaneamente il debito per sostenere investimenti strategici, non per finanziare nuova spesa corrente o sussidi.
Il problema del debito continua a pesare
L’Italia resta uno dei Paesi europei con il più alto debito pubblico. Per questo motivo, sostengono gli autori, la priorità dovrebbe essere quella di migliorare la sostenibilità finanziaria dello Stato, contenendo il deficit e favorendo la crescita economica.
Organizzazioni internazionali come l’Ocse e il Fondo Monetario Internazionale suggeriscono da anni una strategia precisa: ampliare la base imponibile e ridurre le aliquote fiscali. In altre parole, far pagare le tasse a una platea più ampia di contribuenti e alleggerire il carico su chi già versa una quota significativa delle proprie entrate.
Un sistema fiscale considerato squilibrato
Uno dei punti centrali dell’analisi riguarda l’Irpef, l’imposta sul reddito delle persone fisiche.
Secondo gli autori, oggi il peso principale del sistema fiscale grava sui lavoratori dipendenti e sui pensionati, categorie che pagano le imposte direttamente alla fonte e che dispongono di minori possibilità di evasione o pianificazione fiscale.
Chi sostiene davvero il welfare?
L’articolo evidenzia come proprio dipendenti e pensionati contribuiscano in misura decisiva al finanziamento del sistema sanitario e del welfare nazionale.
Nel frattempo, altri tipi di reddito, come quelli derivanti da capitali, rendite finanziarie, affitti o attività imprenditoriali, seguono regimi fiscali differenti e spesso più favorevoli.
Questo avrebbe generato un sistema complesso e frammentato, caratterizzato da numerose aliquote e da livelli di progressività difficili da comprendere.
La proposta: meno aliquote e meno agevolazioni
Per correggere queste distorsioni, viene avanzata una proposta precisa: ridurre ulteriormente il numero delle aliquote Irpef, arrivando potenzialmente a due o addirittura a una sola aliquota principale accompagnata da meccanismi di detrazione e deduzione.
La riduzione del gettito potrebbe essere compensata attraverso un drastico ridimensionamento delle cosiddette tax expenditures, ovvero le numerose agevolazioni fiscali che ogni anno costano allo Stato oltre cento miliardi di euro.
Secondo gli autori, questo consentirebbe di alleggerire la pressione fiscale sui redditi da lavoro senza compromettere la progressività del sistema.
Perché la patrimoniale viene considerata una strada sbagliata
Uno dei passaggi più significativi riguarda il tema della patrimoniale.
Pur riconoscendo che il patrimonio degli italiani è molto elevato, gli autori ritengono che una tassa patrimoniale sarebbe difficilmente applicabile e produrrebbe effetti limitati.
La ricchezza delle famiglie italiane
Secondo i dati richiamati nell’articolo, la ricchezza netta delle famiglie italiane supera gli 11.700 miliardi di euro, pari a circa otto volte e mezzo il reddito nazionale.
Una parte importante di questa ricchezza è concentrata nelle generazioni più anziane, mentre i giovani dispongono di risorse molto inferiori rispetto ai loro genitori e nonni.
Il rischio di colpire il ceto medio
Il problema, secondo l’analisi, è che i grandi patrimoni dispongono spesso di strumenti finanziari e societari che rendono difficile una tassazione efficace.
Di conseguenza, una patrimoniale in grado di produrre entrate significative finirebbe probabilmente per colpire soprattutto le famiglie del ceto medio, già gravate da imposte e contributi.
Inoltre, restano aperte questioni tecniche molto complesse, come la definizione della base imponibile, delle esenzioni e delle modalità di applicazione.
Il nodo generazionale
L’articolo dedica ampio spazio anche alla questione demografica.
Il calo delle nascite, l’invecchiamento della popolazione e l’aumento della speranza di vita stanno creando una crescente pressione sul sistema pensionistico e sanitario.
Sempre meno lavoratori attivi dovranno sostenere un numero crescente di pensionati e beneficiari di servizi pubblici.
Trasferire ricchezza senza imposizioni forzate
Per evitare tensioni sociali e conflitti generazionali, gli autori propongono strumenti volontari di trasferimento della ricchezza.
Tra le ipotesi vengono citati fondi dedicati ai figli e ai nipoti, incentivi alle donazioni familiari e meccanismi di accumulo finalizzati al welfare delle nuove generazioni.
L’obiettivo sarebbe favorire una redistribuzione graduale senza introdurre nuove imposte patrimoniali.
Il caso dei 1.300 miliardi di tasse non riscosse
Nella seconda parte della newsletter, Daniele Manca affronta un altro tema cruciale: l’enorme quantità di crediti fiscali che lo Stato non riesce a recuperare.
Le cifre sono impressionanti.
Secondo il rapporto citato, i carichi affidati alla riscossione e ancora non recuperati hanno ormai superato i 1.300 miliardi di euro.
Cinque rottamazioni in dieci anni
Tra il 2016 e il 2026 sono state introdotte cinque diverse rottamazioni delle cartelle esattoriali.
L’obiettivo era favorire il recupero dei crediti consentendo ai contribuenti di regolarizzare la propria posizione con condizioni agevolate.
Tuttavia, i risultati ottenuti vengono giudicati modesti rispetto alle aspettative.
In molti casi le sanatorie sarebbero state utilizzate semplicemente per rinviare il pagamento piuttosto che per estinguere definitivamente i debiti.
Tante norme, pochi risultati
Secondo Manca, il problema non riguarda soltanto la quantità di leggi approvate, ma soprattutto la loro effettiva applicazione.
L’Italia continua a produrre norme, agevolazioni e provvedimenti fiscali, ma spesso manca la capacità di garantire il rispetto delle regole esistenti.
Particolarmente significativo è il dato relativo ai grandi debitori: una quota minima dei contribuenti concentra una parte enorme del valore complessivo dei crediti fiscali non riscossi.
Questo dimostrerebbe che il problema non è solo normativo, ma anche organizzativo e culturale.
Una questione di credibilità
L’intera analisi converge su un punto fondamentale: il futuro del sistema fiscale italiano dipenderà dalla capacità dello Stato di rendere le regole più semplici, più eque e soprattutto più applicate.
Senza una reale lotta all’evasione, senza una semplificazione del sistema tributario e senza interventi in grado di affrontare il problema demografico, il rischio è quello di aggravare ulteriormente le tensioni economiche e generazionali già presenti nel Paese.
