Proseguono le indagini sulla tragedia dei cinque sub italiani morti alle Maldive durante un’immersione nell’atollo di Vaavu. Le autopsie dovranno chiarire se il decesso sia stato causato da anossia dovuta all’esaurimento dell’ossigeno nelle bombole o da annegamento. Al centro dell’inchiesta anche le GoPro recuperate dal rescue team finlandese e il ruolo della missione collegata all’Università di Genova.
Tragedia alle Maldive, al via le autopsie sui cinque sub italiani morti nell’atollo di Vaavu
Entrano nel vivo le indagini sulla tragedia avvenuta alle Maldive, dove cinque subacquei italiani hanno perso la vita durante un’immersione nelle grotte di Hekunu Kandu, nell’atollo di Vaavu. Gli esami autoptici, iniziati all’ospedale di Gallarate, dovranno chiarire cosa sia realmente accaduto durante quella discesa finita in dramma.
Le vittime sono Monica Montefalcone, biologa marina e docente dell’Università di Genova, sua figlia Giorgia Sommacal, Gianluca Benedetti, Federico Gualtieri e Muriel Oddenino. Tutti esperti subacquei, rimasti intrappolati in un sistema di grotte sottomarine a circa 60 metri di profondità.
Secondo l’ipotesi investigativa che al momento appare più concreta, i cinque sarebbero morti per anossia, cioè per totale assenza di ossigeno. Resta però da capire se questa condizione sia stata provocata da un annegamento o dall’esaurimento dell’aria contenuta nelle bombole.
Le autopsie e il lavoro dei medici legali
L’incarico per gli esami autoptici è stato formalizzato dalla procura di Busto Arsizio, su delega della procura di Roma, che coordina l’inchiesta. A seguire gli accertamenti è la pm Nadia Alessandra Calcaterra.
Le prime autopsie sono iniziate nel pomeriggio sui corpi di Gianluca Benedetti e Federico Gualtieri. Nelle ore successive saranno eseguiti gli esami anche su Monica Montefalcone, Giorgia Sommacal e Muriel Oddenino.
I medici legali dovranno verificare con precisione le cause della morte e ricostruire le ultime fasi dell’immersione. Un aspetto centrale riguarda l’analisi delle attrezzature subacquee, comprese le bombole e i dispositivi utilizzati durante la discesa nella grotta.
Gli investigatori vogliono capire se i sub abbiano perso l’orientamento all’interno del sistema cavernoso, finendo intrappolati senza possibilità di risalita rapida.
L’ipotesi dell’anossia nella grotta sottomarina
Tra le piste seguite dagli inquirenti, quella dell’anossia appare la più plausibile. In ambienti estremamente profondi e complessi come le grotte sommerse, anche un piccolo errore può trasformarsi in una situazione irreversibile.
Secondo quanto emerge dalle prime ricostruzioni, il gruppo potrebbe essersi trovato in difficoltà dopo essersi inoltrato in una sorta di cul de sac subacqueo, una zona senza uscita situata a circa 60 metri di profondità.
A quelle quote, il margine di errore è minimo. Il consumo d’aria aumenta rapidamente e qualsiasi problema di orientamento o comunicazione può diventare fatale in pochi minuti.
Gli esperti stanno valutando se i cinque sub abbiano tentato una manovra di emergenza oppure se siano rimasti disorientati all’interno della grotta, senza riuscire a ritrovare il percorso verso l’esterno.
Le GoPro potrebbero ricostruire gli ultimi momenti
Un ruolo fondamentale nelle indagini potrebbe essere svolto dalle GoPro recuperate dal rescue team finlandese di Dan Europe, intervenuto nelle operazioni di recupero dei corpi.
Le action cam potrebbero contenere immagini decisive per capire cosa sia successo negli ultimi minuti dell’immersione. Gli investigatori sperano che i video possano chiarire il motivo per cui il gruppo abbia raggiunto una zona tanto pericolosa della grotta e se vi siano stati problemi tecnici o errori di valutazione.
L’analisi dei filmati potrebbe inoltre fornire indicazioni sulle condizioni ambientali all’interno della cavità, sulla visibilità e sulle eventuali difficoltà incontrate dai sub durante il percorso.
Il nodo della missione scientifica dell’Università di Genova
Parallelamente agli accertamenti medico-legali, la squadra mobile di Genova sta raccogliendo documenti e testimonianze per ricostruire il contesto della spedizione.
Uno degli aspetti più delicati riguarda proprio la missione affidata a Monica Montefalcone dall’Università di Genova. L’ateneo, fin dai primi giorni successivi alla tragedia, ha precisato che l’immersione subacquea non rientrava ufficialmente nelle attività previste dalla missione scientifica e che sarebbe stata svolta a titolo personale.
Una posizione che ora viene osservata con attenzione anche dai familiari delle vittime.
Secondo quanto riferito dai legali della famiglia Montefalcone, la docente si trovava alle Maldive nell’ambito di un’attività collegata all’università e non come semplice turista appassionata di immersioni.
Gli avvocati hanno sottolineato l’elevatissima esperienza professionale della biologa marina, descritta come una figura molto stimata nel mondo accademico e scientifico.
La polemica sui profili rimossi dal sito di Unige
Nelle ultime ore ha fatto discutere anche la temporanea scomparsa dal portale dell’Università di Genova dei profili online di Monica Montefalcone e Muriel Oddenino.
Accedendo alla rubrica dell’ateneo compariva infatti la scritta “Persona non trovata” accompagnata dalla frase “La persona che stai cercando non collabora più con l’Università”.
La circostanza aveva suscitato sorpresa e amarezza nei familiari delle vittime. Il marito della professoressa Montefalcone, attraverso i suoi legali, aveva dichiarato di non riuscire a comprendere il motivo di quella rimozione.
Successivamente l’Università di Genova è intervenuta con una nota ufficiale per chiarire quanto accaduto. L’ateneo ha spiegato che la mancata visualizzazione dei profili sarebbe dovuta a una procedura automatica del sistema informatico che, dopo l’inserimento dell’informazione relativa al decesso, interrompe la pubblicazione del profilo personale.
Secondo l’università, non vi sarebbe stata alcuna volontà di cancellare o modificare i contenuti relativi al percorso professionale e scientifico delle due ricercatrici.
L’ateneo ha inoltre precisato che gli archivi scientifici e le banche dati della ricerca restano disponibili e consultabili secondo le modalità previste dalla normativa.
Una tragedia che continua a lasciare domande aperte
La morte dei cinque sub italiani alle Maldive continua a sollevare interrogativi profondi. Le autopsie, le analisi tecniche delle attrezzature e i filmati recuperati potrebbero fornire risposte decisive su quanto accaduto nelle profondità di Hekunu Kandu.
Per ora resta il dolore delle famiglie e della comunità accademica, colpita dalla scomparsa di professionisti esperti e molto apprezzati.
Nei prossimi giorni gli investigatori cercheranno di stabilire se si sia trattato di una tragica fatalità, di una catena di errori o di eventuali sottovalutazioni dei rischi legati a un’immersione estremamente complessa.
