Momenti di terrore davanti alla Casa Bianca a Washington: un uomo di 21 anni ha aperto il fuoco contro una postazione di sicurezza vicino al complesso presidenziale. Il sospetto, già noto alle autorità per minacce contro Donald Trump e comportamenti ossessivi, è stato ucciso dagli agenti del Secret Service dopo una violenta sparatoria. Trump si trovava all’interno dello Studio Ovale mentre l’intera area veniva blindata dalle forze federali.
Spari davanti alla Casa Bianca: Washington piomba nel panico
La tensione è esplosa nel cuore di Washington nella serata americana del 23 maggio, quando una violenta sparatoria ha scosso l’area esterna della Casa Bianca. Secondo le prime ricostruzioni diffuse dalle autorità statunitensi, un uomo armato avrebbe aperto il fuoco contro una postazione di sicurezza situata nei pressi del Gate 17, sul lato ovest del complesso presidenziale.
Il presunto attentatore è stato identificato come Nasir Best, un ragazzo di appena 21 anni che, stando alle informazioni emerse nelle ore successive, era già conosciuto dai servizi federali americani per precedenti episodi legati a instabilità mentale e minacce rivolte a Donald Trump.
Per diversi minuti l’area è stata attraversata da colpi d’arma da fuoco, urla e scene di panico. Giornalisti, dipendenti e personale di sicurezza sono stati costretti a rifugiarsi all’interno della sala stampa mentre gli agenti del Secret Service reagivano all’attacco.
Decine di colpi e risposta armata del Secret Service
Secondo le prime informazioni raccolte dagli investigatori, sarebbero stati esplosi circa trenta colpi. Gli agenti federali hanno risposto immediatamente al fuoco, neutralizzando l’assalitore dopo uno scontro armato estremamente violento.
Il ventunenne è morto sul posto. Un’altra persona coinvolta nella sparatoria sarebbe stata trasportata in ospedale in gravi condizioni, anche se al momento non sono stati diffusi ulteriori dettagli sulla sua identità.
Le immagini provenienti dalla zona mostrano un dispiegamento impressionante di forze di sicurezza: veicoli blindati, agenti armati e intere strade isolate nel centro della capitale americana.
Trump era all’interno della Casa Bianca
Uno degli elementi che ha immediatamente aumentato la tensione riguarda la presenza di Donald Trump all’interno della residenza presidenziale durante la sparatoria. Secondo quanto riportato, il presidente si trovava nello Studio Ovale mentre all’esterno si consumava l’attacco.
Pochi minuti prima degli spari, Trump aveva pubblicato un messaggio sul social Truth parlando di negoziati legati all’Iran. Dopo l’attacco, l’intera Casa Bianca è stata posta in stato di massima sicurezza.
Le autorità federali hanno immediatamente chiuso ogni accesso al complesso presidenziale mentre l’FBI e le squadre speciali prendevano il controllo della zona.
Il sospettato era già noto alle autorità
Emergono dettagli inquietanti sul profilo del giovane ucciso. Secondo quanto riferito dalle autorità americane, Nasir Best aveva già attirato l’attenzione dei servizi federali in passato.
Il ragazzo avrebbe manifestato comportamenti ossessivi nei confronti della Casa Bianca e pubblicato sui social messaggi deliranti in cui sosteneva di essere “Gesù Cristo”, “Dio” e perfino “il vero Osama bin Laden”.
Sempre online avrebbe inoltre espresso l’intenzione di fare del male a Donald Trump.
I precedenti vicino alla Casa Bianca
La vicenda assume contorni ancora più preoccupanti osservando i precedenti episodi che avevano coinvolto il ventunenne.
Già nel giugno del 2025, infatti, il ragazzo era stato fermato dopo aver bloccato una corsia d’accesso nei pressi della Casa Bianca. In quell’occasione era stato sottoposto a valutazioni psichiatriche in una struttura specializzata di Washington.
Non molto tempo dopo, era stato nuovamente arrestato per aver tentato di entrare in un vialetto interno dell’area presidenziale. Un giudice aveva quindi disposto un ordine restrittivo che gli impediva di avvicinarsi alla sede della presidenza americana.
Nonostante questo, il giovane sarebbe riuscito comunque a tornare nelle immediate vicinanze del complesso presidenziale armato.
Giornalisti barricati nella sala stampa
Tra le testimonianze più forti c’è quella della giornalista di ABC Selina Wang, presente nell’area durante gli spari.
La reporter ha raccontato di aver sentito “decine di colpi” mentre stava registrando un video dal prato nord della Casa Bianca. Subito dopo, gli agenti avrebbero ordinato ai presenti di correre nella sala stampa per mettersi al riparo.
Per oltre un’ora l’intero edificio è rimasto blindato, con tensione altissima anche tra i funzionari federali.
Anche il direttore dell’FBI Kash Patel ha confermato il coinvolgimento diretto delle autorità federali nelle operazioni di emergenza e nella successiva indagine.
Cresce la paura per la sicurezza di Trump
L’episodio riaccende inevitabilmente il dibattito sulla sicurezza attorno al presidente americano.
Negli ultimi mesi, infatti, Washington aveva già vissuto altri episodi di forte allarme. Tra questi anche la sparatoria avvenuta durante la cena dei corrispondenti della Casa Bianca, che aveva portato all’evacuazione di Trump e di numerosi funzionari presenti all’evento.
Dopo l’attacco di sabato sera, Trump ha ringraziato pubblicamente il Secret Service e le forze dell’ordine per la rapidità dell’intervento, sostenendo che quanto accaduto dimostra la necessità di trasformare l’area presidenziale “nello spazio più sicuro mai costruito”.
Al momento le indagini proseguono per chiarire se il giovane abbia agito completamente da solo oppure se vi siano eventuali collegamenti ancora da verificare.
