• Lun. Mar 16th, 2026

Infermiere truffava l’ASL: lavorava nel suo supermercato invece di assistere i pazienti. Condannato…

Un caso che ha scosso la Toscana e che ora torna alla ribalta con la sentenza definitiva della Corte dei Conti: un infermiere pubblico condannato per truffa e peculato dopo anni di doppia vita tra corsia e scaffali del supermercato.

La storia: un infermiere con due vite parallele

 

C’è una storia che arriva dalla Toscana e che, più si conosce nei dettagli, più fa indignare. Un infermiere professionista, assunto a tempo indeterminato dall’ASL Toscana Nord Ovest, con mansioni specifiche di assistenza domiciliare ai pazienti di una struttura sanitaria di Massa, aveva costruito nel tempo una doppia vita. Una vita che lo vedeva da un lato timbrare il cartellino come dipendente pubblico e dall’altro sparire dal suo vero posto di lavoro per dirigersi verso il suo supermercato privato.

L’uomo, oggi 68enne, era socio e membro del consiglio di amministrazione di una cooperativa che gestiva un punto vendita nella provincia di Massa. E mentre i pazienti anziani e fragili aspettavano l’assistenza domiciliare che l’ASL aveva loro garantito, lui sistemava merce sugli scaffali, gestiva la contabilità e si occupava dell’organizzazione interna della cooperativa. Il tutto durante l’orario di servizio. Il tutto con l’auto aziendale dell’ASL.

Le prime avvisaglie: le lamentele di pazienti e familiari

Non è stata un’indagine nata dal nulla. A mettere in moto l’ingranaggio sono state le segnalazioni. Tante, troppe. I familiari dei pazienti lamentavano l’assenza dell’infermiere, i ritardi eccessivi, la mancata assistenza. In molti casi, i colleghi dell’uomo erano stati costretti a coprirlo, sostituendolo nei turni senza che nessuno intervenisse in modo formale.

Le segnalazioni erano arrivate anche all’interno dell’azienda sanitaria, che aveva iniziato a monitorare la situazione. Ma è stato il lavoro dei carabinieri a risultare decisivo: durante le indagini, i militari lo avevano sorpreso in flagranza, fisicamente presente nel supermercato, in un giorno in cui risultava ufficialmente in servizio come infermiere dell’ASL.

L’arresto, il processo e la condanna definitiva

Nel 2015 l’infermiere viene arrestato. Le accuse sono pesanti: truffa e peculato. Inizia un lungo iter giudiziario che si conclude nel 2022 con la sentenza del Tribunale di Massa. La condanna: 18 mesi di reclusione. L’ASL Toscana Nord Ovest si era costituita parte civile nel procedimento, chiedendo il risarcimento dei danni subiti.

Il 29 maggio 2024 la Corte di Cassazione rende la sentenza irrevocabile, riconoscendo definitivamente l’uomo colpevole di entrambi i reati contestati. Non c’è più spazio per ulteriori ricorsi.

La Corte dei Conti chiude il cerchio: quasi 70mila euro di risarcimento

Ma la vicenda non si esaurisce con la condanna penale. Nei giorni scorsi è arrivato anche il pronunciamento della Corte dei Conti, che ha quantificato i danni patrimoniali e i danni all’immagine subiti dall’ASL Toscana Nord Ovest a causa del comportamento dell’infermiere. Il totale: circa 70mila euro, a cui si aggiungono interessi e spese legali.

Una cifra che rappresenta non solo il danno economico diretto — gli stipendi percepiti senza lavorare, il costo dell’auto aziendale usata per scopi personali — ma anche il danno reputazionale inflitto a un’istituzione pubblica che ha il compito di tutelare la salute dei cittadini più vulnerabili.

Le parole che pesano come macigni

In sentenza emerge una testimonianza che colpisce per la sua semplicità e per il dolore che contiene. La figlia di uno dei pazienti assistiti dichiara: «Mia madre aveva bisogno di assistenza a casa. L’ASL doveva mandare qualcuno, ma l’infermiere non veniva sempre.»

Poche parole. Eppure bastano a restituire la dimensione umana di questa vicenda: non si tratta solo di numeri, di ore di servizio non erogate, di rimborsi chilometrici fraudolenti. Si tratta di persone malate, sole, che aspettavano un’assistenza che spettava loro per diritto e che non è mai arrivata — o è arrivata in ritardo, affidata a colleghi che coprivano i vuoti senza averne colpa.

Una città troppo piccola per nascondere tutto

Massa non è una metropoli. Ed è stato anche questo, alla fine, a risultare fatale per l’infermiere. Un doppio lavoro, una doppia presenza, una cooperativa di cui essere soci e allo stesso tempo un contratto pubblico da rispettare: in un contesto di dimensioni ridotte, dove tutti si conoscono, dove le famiglie dei pazienti si incrociano con i fornitori del supermercato, era solo questione di tempo prima che qualcuno mettesse insieme i pezzi.

Sanità pubblica e fiducia tradita

Questo caso solleva una questione più ampia che riguarda l’intero sistema sanitario pubblico italiano. La fiducia che i cittadini ripongono nelle istituzioni, e in particolare negli operatori sanitari, è un bene prezioso e fragile. Quando un professionista della cura tradisce quella fiducia — soprattutto a danno di pazienti anziani e non autosufficienti — il danno va ben oltre il bilancio dell’ASL.

Colpisce la dignità di chi è rimasto solo ad aspettare. Colpisce la professionalità di tutti gli infermieri che svolgono il loro lavoro con dedizione e sacrificio. E colpisce la credibilità di un sistema che deve essere in grado di vigilare su sé stesso.

Cosa succede ora

L’infermiere, oggi 68enne, si trova a fare i conti con una condanna penale definitiva, una pena detentiva di 18 mesi e un risarcimento che sfiora i 70mila euro. Un prezzo alto per una doppia vita che probabilmente sembrava, all’inizio, quasi normale. Un piccolo vantaggio quotidiano che nel tempo è diventato un sistema consolidato di frode ai danni dello Stato e, soprattutto, dei pazienti più fragili.

Cosa ne pensi di questa storia? È giusto che paghi “solo” 70mila euro, o la pena avrebbe dovuto essere ancora più severa? Lascia la tua opinione nei commenti: vogliamo sapere cosa pensi tu.